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Anche chi ha un pc deve pagare il canone Rai PDF Stampa E-mail

 

La RAI conferma a Il Rivendugliolo che chi ha un PC, anche senza scheda tv, deve pagare il canone. Con qualche distinguo, dato più dal buon senso che dalla legge

 

C’è chi non guarda la tv. E per non dover pagare il canone ha rinunciato ad avere un televisore a casa, anche solo a far da soprammobile. Pensando di essere a posto con la gabella dei 100 e rotti euro annui. Il problema è che la legge non parla soltanto di televisori, ma di “apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni televisive”. Frase sibillina dalle maglie larghe: tutto è adattabile al giorno d’oggi alla ricezione della televisione. Anche un forno a micro onde in fondo, se ci si collega un display e un sintonizzatore televisivo. Basta un po’ di impegno. E naturalmente, e più facilmente, anche un computer. Basta avere la banda larga in casa ed eccolo in grado di ricevere la tv. “Atto”, di nascita. Come è “atto”, a rigor di legge, il computer che ha la scheda TV integrata. E se non ce l’ha, è da considerarsi “adattabile” ed è quindi lo stesso.

 

Il canone s’ha da pagare

Una legge non freschissima? RAI si muove sulla base di una legge che non è tra le più fresche della Repubblica Italiana: il Regio decreto legge 246 del 21 febbraio 1938, convertito in legge il 4 giugno 1938, sulla “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni”. Qualche modifica è arrivata nel 1975, con la legge 103, chiamata “Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva”. E infine nel 2002 la Corte Costituzionale ha sancito definitivamente (sentenza 284 del 2002) la scelta del legislatore di legare l’obbligo del pagamento del canone al mero possesso del mezzo tecnico atto a ricevere la televisione. In pratica, non si non si può evitare di pagare il canone se si dichiara di non guardare la televisione, perché si tratta di una tassa sul possesso. Ma questi sono fatti ormai acquisiti. Il problema è che la legge recita testualmente: “chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto”. E a questa linea si rifà la RAI, che sulle sue pagine dedicate agli abbonamenti

www.abbonamenti.rai.it/Ordinari/canone.asp

scrive: “Gli Abbonamenti Ordinari riguardano la detenzione nell’ambito familiare (abitazione privata) di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive”.

 

La semantica dell’atto

Sul termine “atto” c’è poco da dire. Un computer con scheda di sintonia può ricevere la televisione e quindi deve pagare il canone. Ma sull’adattabile c’è da tempo una battaglia legata all’interpretazione di una legge valida ma vecchia. E’ il discorso del forno a micro onde che citavamo in apertura, o di un vecchio computer che non si usa per la televisione ma per tutt’altri motivi, dalla contabilità alla videoscrittura. L’avvocato Luca Sandri (www.lucasandri.it), esperto in diritto legato alle nuove tecnologie, è del parere che “nell'ambito dei cosiddetti ‘apparecchi atti’ dobbiamo ricomprendere il televisore, in quanto dotato ex sé di un sintonizzatore: sono invece apparecchi ‘adattabili alla ricezione’ e, dunque, in astratto idonei alla ricezione del segnale TV, un monitor, ma solo a condizione che questo sia collegato a un lettore DVD o cassetta dotato di sintonizzatore (per la ricezione dei canali televisivi), ovvero un PC ove munito di scheda di ricezione dei canali televisivi. Diversamente, il canone RAI non dovrà essere pagato, poiché saremo in presenza di apparecchi che, in astratto, non sono in grado di decodificare il segnale trasmesso via etere e, dunque, non adattabili”.

 

Consumatori disgustati

Vincenzo Donvito, presidente dell’associazione per i diritti degli utenti e consumatori (www.aduc.it), è sulla stessa lunghezza d’onda di Sandri: “In teoria – spiega a Computer Magazine – dovrebbe pagare il canone soltanto chi ha una scheda sintonizzatrice collegata al computer, ma gli esattori della RAI sono spesso cottimisti che guadagnano in base a ogni canone che riescono a portarsi a casa e per arrivare a questo potrebbero dire che anche un distributore del caffè, se sofisticato, deve pagare il canone. Riceviamo una trentina di domande al giorno sul canone: i consumatori sono disgustati”. Anche Altroconsumo si è scagliato recentemente sulla “inefficienza dell'ufficio abbonamenti della RAI che segue procedure macchinose e contorte con il solo risultato di richiedere il pagamento del canone anche quando non è dovuto”. L’associazione si riferisce a richieste di pagamento del canone anche per la seconda casa o a cambi di residenza non registrati che comportano l'invio della richiesta di pagamento sia al vecchio che al nuovo indirizzo. E cita espressamente le richieste di un abbonamento a chi possiede un PC o un videofonino. “Una richiesta assurda - commenta Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo - perché al momento PC e videofonini rimangono solo astrattamente idonei a guardare i canali dell'emittenza pubblica”.

 

L’Amministrazione abbonamenti

Se queste sono posizioni esterne, la pensa diversamente l’Amministrazione Abbonamenti, la struttura della RAI che effettua la riscossione del canone di abbonamento sulla base di una convenzione con l'Agenzia delle entrate rinnovata nel 2001 e che scadrà nel 2014. Amministrazione Abbonamenti si occupa della gestione dell'archivio abbonati, del contrasto e del recupero dell'evasione e della morosità. Si può sapere di più su come opera, soprattutto per quanto riguarda i suoi meccanismi per recuperare i nominativi di chi sarebbe tenuto a pagare il canone, andando a spulciare nel verbale dell’audizione della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi di Stanislao Argenti, direttore della divisione Amministrazione Abbonamenti. “Per quanto riguarda il contrasto all'evasione – ha dichiarato Stanislao Argenti al deputato leghista Davide Caparini - l'azienda di servizio pubblico si serve di due principali linee di azione, vale a dire l'invio di comunicazioni epistolari ai cittadini che risultano abbonati e l'opera di circa 120 agenti operanti su tutto il territorio nazionale, entrambe dirette ad informare i cittadini non abbonati della necessità, qualora posseggano un apparecchio televisivo, di sottoscrivere l'abbonamento”.

 

Domande scomode

Davide Caparini ha chiesto ad Argenti se è vero che la RAI ha acquistato dalla società Data Profile un archivio contenente i nomi di 800 mila abbonati alla televisione satellitare SKY, dal quale ricavare i nominativi di coloro che non risultano essere titolari di un abbonamento RAI, e se ha acquisito allo stesso modo altri elenchi di nomi di cittadini per cederli ai suoi agenti affinché possano individuare le case presso le quali recarsi. La stoccata finale riguarda proprio questi agenti che, secondo Caparini, “operano spesso scorrettamente effettuando varie pressioni psicologiche sulle persone presso cui si recano, come dimostra il caso, verificatosi in Lombardia, di una signora di 72 anni che è stata indotta a sottoscrivere un abbonamento pur non possedendo un apparecchio televisivo”. Argenti ha ribattuto, con riferimento al caso dell'anziana signora, che quando si sono verificati abusi da parte degli agenti questi sono stati contestati dall'azienda che, nei casi più gravi, ha proceduto alla risoluzione del rapporto di agenzia. E ha precisato che gli agenti non possono mai far sottoscrivere un abbonamento ma solo una dichiarazione di possesso di un apparecchio televisivo.

 

La banca dati c’è

Argenti ha ammesso anche che in effetti c’è una “base di dati legittimamente desunti dalla RAI da pubblici registri, elenchi, atti o documenti conoscibili da chiunque ovvero legittimante forniti da soggetti privati, tra cui vi è sicuramente la società Data Profile, che si impegna sotto la propria responsabilità a fornire alla RAI dati che può legittimamente comunicare in base ai requisiti della legge n. 665 del 1976. Si tratta di elenchi di nominativi che non hanno alcuna relazione necessaria con la sottoscrizione di un abbonamento a Sky, società con la quale la RAI non ha alcun rapporto, anche se va precisato che qualora ciò avvenisse non ci sarebbe a suo parere nulla da eccepire, dal momento che per sottoscrivere un abbonamento Sky si deve essere possessori di un apparecchio televisivo, e che da tale possesso deriva l'obbligo tributario di corrispondere il canone”. Tranquilli però sul versante dell’acquisto di un televisore da un negoziante. Caparini ha chiesto a Argenti se la “la RAI si sia uniformata alla sentenza del Tribunale di Roma che impone di non chiedere più i dati degli acquirenti ai rivenditori di apparecchi televisivi”. La risposta del dirigente è chiara: “La RAI ha sospeso l'acquisizione dei dati degli acquirenti presso i rivenditori degli apparecchi televisivi. Peraltro la RAI ha comunque già deciso di presentare appello contro tale sentenza”.

 

L’affaire computer

Visti i meccanismi di acquisizione dei dati della RAI relativi ai possessori di televisori, che pare lasciano poco spazio ai portoghesi, passiamo ora alla questione computer. Ne abbiamo parlato con Fulvio Di Nunzio, responsabile normative e contratti della Direzione Abbonamenti della RAI: la persona giusta, per ruolo e competenza per avere un parere autorevole della posizione della RAI a proposito del fatto che i computer debbano o non debbano determinare il pagamento del canone. Sul punto chiave della differenza tra strumenti atti e strumenti adattabili, Di Nunzio è chiaro: “E’ vero che anche un forno a microonde è teoricamente adattabile, ma è evidente che solo un folle lo acquisterebbe per guardarci la televisione. Dieci anni fa un computer si poteva adattare, ma a un costo irragionevole e quindi si poteva dire che era tecnologicamente ma non giuridicamente adattabile. Non c’è dubbio invece che oggi l’adattabilità tecnologica sia semplicissima, già insita nel computer. Sia perché si può aggiungere facilmente una scheda che consente di vedere la televisione via etere, attraverso l’antenna, sia perché oggi le trasmissioni televisive si possono ricevere anche attraverso Internet”.

 

PC a tutto canone

“Stando alla lettera della legge – precisa Di Nunzio - oggi il computer è certamente un apparecchio adattabile, e molto spesso è addirittura ‘atto’ alla ricezione delle trasmissioni televisive e quindi obbliga al pagamento del canone, al contrario di quando l’adattabilità era tecnologicamente possibile ma ragionevolmente improspettabile”. Dunque per RAI il possesso di un computer recente comporta in linea teorica l’obbligo di pagare il canone. Ma non ha intenzione di diventare persecutoria per questo. Anche i controlli della Guardia di Finanza paventati nelle lettere che manda la divisione abbonamenti sono in realtà evocati solo in casi particolari: “Non è che la visita del nostro incaricato comporti automaticamente il controllo della Guardia di finanza – spiega Di Nunzio – ma forniamo alle autorità soltanto i nominativi delle persone delle quali siamo certi, perché lo hanno dichiarato in passato, detengano un televisore. Tenga presente che noi potremmo fare i controllo anche senza alcuna prova, perché il canone è un tributo e la finanza ha il compito di controllare l’evasione dei tributi. Però per evitare qualsiasi posizione vessatoria per questa attività interessiamo la finanza soltanto in presenza di queste prove certe”.

 

Posizione morbida

Dunque, anche se non ci sono controlli a tappeto, chi ha un computer in casa deve pagare il canone. Anche se non ha la scheda tv o un collegamento a banda larga. In teoria anche l’ufficio all’angolo dell’immobiliare che ha il computer per sbrigare le pratiche dovrebbe pagare i canone. Ma su questo la posizione di RAI è per il momento morbida. “Sulla base della norma dovrebbero pagare il canone, ma per il momento nessuno ha in mente di perseguitare i possessori di un computer o chi è raggiunto dalla fibra ottica. Cerchiamo di comportarci con buonsenso, sulle basi di una normativa che riteniamo ancora oggi molto ben realizzata anche se ovviamente non poteva prevedere gli sviluppi tecnologici odierni”. Insomma, vale il buonsenso da entrambi le parti. Chi ha effettivamente in casa un computer e non lo usa per guardare la televisione, dovrebbe pagare il canone ma se non lo fa per il momento nessuno probabilmente andrà a fargli le pulci. Resta il fatto che, diciamocelo francamente, quanti sono i possessori di un computer che non hanno anche un televisore? E se sono riusciti ad evadere il canone per la televisione, non per questo dovrebbero sentirsi legittimati dal fatto che il solo computer oggi non è nelle priorità della RAI.

 

Legge vecchia fa buon brodo

La normativa che regola il canone televisivo è il Regio decreto legge 246 del 21 febbraio 1938, convertito in legge il 4 giugno 1938, sulla “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni”. Vecchiotta? Non è la sola. È vero che la legge di base risale a quasi settanta anni fa, ma è anche vero che tre dei quattro Codici italiani sono del 1930 e del 1942 e, per fare un altro esempio, la legge che regola tutta la contabilità di Stato è del 1888. Alcuni giuristi sostengono che le leggi che resistono tanto sono evidentemente le migliori. Ma anche su questo fronte il dibattito è aperto. Possiamo leggere il testo completo della legge 246 a questo indirizzo: www.associttadini.org/canonerai/disciplina.html). Secondo l’avvocato Luca Sandri il Regio Decreto del 1938, non deve essere abrogato. “È però necessario – spiega - un suo aggiornamento al fine di renderlo al passo con i tempi. Quotidianamente vengono, infatti, immessi sul mercato prodotti e apparecchi tecnologici che data la loro multifunzionalità (monitor PC, che può diventare un TV), creano incertezza circa l'applicazione dell'anzidetto regio decreto e sul concetto di “adattabile”. Si rende, dunque necessario ridefinire, anche con l'ausilio di un’elencazione esemplificativa, i criteri per individuare e delimitare gli apparecchi “adattabili” (ad oggi quasi tutto è adattabile in elettronica) e, dunque, i presupposti per il pagamento dell'imposta di abbonamento”.

 

Cara RAI che mi scrive

RAI, da tempo, manda a ogni nuova richiesta di residenza delle garbate lettere di invito a pagare il canone o a dichiarare che non si possiede nessun apparato capace di ricevere la televisione. Il ragionamento che la RAI fa è semplice: hai lasciato la famiglia in cui abitavi precedentemente perché ti sei separato, ti sei sposato o hai deciso semplicemente di andare a vivere da solo e, siccome è assolutamente probabile che tu abbia un televisore in casa, eccoti soggetto al tributo che si chiama canone. Anche perché, se non si risponde alle prime comunicazioni della sede di Torino della RAI, quella che si occupa della riscossione del canone, l’ultima lettera che arriva contiene una vaga ma concreta minaccia: “Successivamente alla presente comunicazione, prevediamo di effettuare verifiche tramite il nostro personale incaricato e convocazioni presso la Guardia di Finanza, per i detentori di apparecchi TV che continueranno a essere privi di abbonamento televisivo”. RAI non è proprio così fiscale, come vediamo in queste pagine, ma la spada di Damocle incombe comunque.

 

Anche i tivufonini pagano

I videofonini non devono pagare il canone, ma i tivufonini sì. “Per videofonino – ci spiega l’avvocato Luca Sandri - si intende un telefono cellulare tecnologicamente avanzato, con operatività Umts, che permette di comunicare telefonicamente vedendo l'immagine del proprio interlocutore e di collegarsi ad Internet, ma non è in grado di captare il segnale televisivo. In tal caso, non dovrà pagarsi il canone RAI, poiché si tratta di un apparecchio non idoneo a captare il segnale televisivo. Al contrario, ove si tratti di un Tvfonino, con operatività Dvbh, il canone sarà dovuto”.

 
 

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